Nel 1972 uscì in Francia una biografia su papa Pio XII scritta da mons. Georges Roche, mai tradotta in italiano. Tra le sue pagine sono riportate alcune preziose confidenze inedite che l’allora cardinale Eugenio Pacelli, nel 1933, fece all’amico Galeazzi, riguardo le apparizioni di Fatima e la futura, grave crisi della Chiesa.
Abbiamo tradotto dal libro di mons. Georges Roche, Pie XII devant l’histoire, alcune pagine molto significative che riguardano da vicino la situazione storica attuale, per la Chiesa e per il mondo; così significative da potersi considerare una vera profezia del card. Eugenio Pacelli, il futuro Pio XII. Basta leggere per capire il perché.
La profezia ritrovata
Nel 1933 il card. Pacelli, Segretario di Stato, ha 57 anni e una capacità di lavoro che stupisce la sua cerchia. «Tutto saliva in lui come una fiamma», dice suor Pascalina sua collaboratrice, riferendosi a quell’epoca. Ella lo sorprende sovente nel suo ufficio, inginocchiato per supplicare il Dio altissimo di illuminarlo.
Questo diplomatico, così perfettamente conscio degli avvenimenti della sua epoca, dei loro protagonisti, delle ragioni che li guidano, fin nei dettagli, è innanzitutto un mistico al servizio della “città di Dio”, come direbbe sant’Agostino. L’edificio “di ordine giuridico universale”, vera forza di persuasione morale, che la Santa Sede a partire dai Patti Lateranensi con l’Italia (11 febbraio 1929) cerca di edificare, non sarebbe che un artificio diplomatico, se le tendenze moderniste che si manifestano venissero a intaccare la Dottrina cristiana.
Circa le riforme, il giurista Pacelli, che ha condotto a buon fine la codificazione del Diritto Canonico, è cosciente della loro necessità, ma non è di quelli che agiscono alla leggera. «Credere nell’uomo – diceva – è, prima di tutto, non nascondergli la Verità, con il celebrare la virtù, la libertà, il progresso, la scienza, allorché il mondo dà origine e sviluppo alle bombe atomiche, ai campi di concentramento, al materialismo di stato, all’immoralità.
Credere nell’uomo è metterlo in guardia contro una “provvidenza sociale”, che regolerebbe per tutti il conflitto eterno tra il bene e il male, la verità e l’errore, e assicurerebbe loro come in un formicaio una felicità condizionata».
Al conte Enrico Pietro Galeazzi, che sta per diventare uno dei suoi più vicini collaboratori, e gli rende visita, il card. Pacelli fa una confidenza che getta luce sull’uomo che lui è: «Supponga, caro amico, che il comunismo sia uno degli strumenti di sovversione più evidenti usati contro la Chiesa e la Tradizioni della Rivelazione divina: allora noi assisteremo alla contaminazione di tutto ciò che è spirituale: filosofia, scienza, legge, insegnamento, arti, media, letteratura, teatro e religione.
Sono scosso dalle confidenze che la Santissima Vergine ha fatto alla piccola Lucia di Fatima. Questo insistere da parte della Buona Signora sul pericolo che minaccia la Chiesa è un avvertimento divino contro il suicidio che rappresenterebbe l’alterazione della Fede nella sua liturgia, nella sua teologia e nella sua anima».
Il card. Pacelli si arrestò un momento, quindi continuò: «Sento intorno a me che i novatori vogliono smantellare la Sacra Cappella [la Chiesa], distruggere la fiamma universale della Chiesa, rigettare i suoi ornamenti e procurarle rimorsi per il suo passato storico. Ebbene, mio caro amico, sono convinto che la Chiesa di Pietro dovrà rivendicare il suo passato, altrimenti si scaverà la sua stessa tomba.
Io combatterò questa battaglia con tutte le mie forze all’interno della Chiesa, come al di fuori di Essa, anche se le forze del male forse un giorno potrebbero approfittarne per distorcere la mia persona, le mie azioni o i miei scritti, come si prova oggi a deformare la storia della Chiesa. Tutte le eresie umane che alterano la Parola di Dio sono fatte per sembrare di essere migliori di Essa».
«In questo momento – aggiunge il conte Galeazzi – lo sguardo del card. Pacelli, velato dalle lenti dei suoi occhiali, è diventato soprannaturale ed emana da questo corpo alto e fragile una forza mistica irresistibile».
Il card. Pacelli si rendeva conto dello stato in cui venivano a trovarsi i suoi interlocutori, e se ne scusava con una parola che riportava la conversazione alla normalità. È questo fervore mistico che unisce Pio XI al suo Segretario di Stato, più che qualsiasi ministro della Chiesa non sia mai stato legato al suo superiore. Li si vede insieme dappertutto, al pellegrinaggio della J.O.C. (la Gioventù Operaia Cattolica) nel 1931, dove il Segretario di Stato dà la Comunione a un operaio di 18 anni, mentre 12mila “jocistes” intonano sotto la cupola di San Pietro: «Noi faremo cristiani i nostri fratelli»; al Giubileo che nel 1933 commemora il XIX centenario della Redenzione e del Sacerdozio, la Passione e la Crocifissione di Cristo, la sua Risurrezione e la predicazione degli Apostoli, Pacelli guida lui stesso “l’Ora santa” che in tutta la Cristianità associa le più piccole cappelle alla Basilica Vaticana.
Un testimone della persecuzione sovietica, mons. Slozkaz, vittima dell’“inferno rosso”, partecipa a questa cerimonia.
Già il card. Pacelli coglie le “situazioni simboliche”, quelle che colpiscono lo spirito e impregnano l’anima. Quel Seminario delle Missioni uscito dalla volontà di Pio XI, edificato sul colle Gianicolo, che domina piazza San Pietro, è la Chiesa di domani, quella che assocerà tutti i popoli di colore al governo della Chiesa. Per la sua conduzione, il card. Pacelli ha fatto liberare un credito che “l’alta amministrazione” del Vaticano ha dovuto rifiutargli: «Voi vedete troppo in grande per dei sottosviluppati», critica un cardinale di curia. Gli risponde Pacelli: «Questi “sottosviluppati” salveranno la Chiesa, Eminenza. Verrà il giorno in cui il mondo civilizzato rinnegherà il suo Dio; e la Chiesa dubiterà come dubitò Pietro. Essa sarà allora tentata di credere che l’uomo è diventato Dio, che il Figlio suo Gesù Cristo non è che un simbolo, una filosofia come tante altre. Nelle chiese i cristiani cercheranno invano la lampada rossa dove Gesù li aspetta; e grideranno, come la Maddalena in lacrime davanti alla tomba vuota: “Dove lo hanno messo?”.
Sarà allora che si alzeranno i sacerdoti dall’Africa, dall’Asia, dalle Americhe – quelli formati nei seminari missionari – che diranno e grideranno che il “Pane della vita” non è un pane ordinario, ma il Corpo di Cristo, che la Madre dell’Uomo-Dio non è una madre come le altre. Ed essi saranno fatti a pezzi per aver testimoniato che il Cristianesimo non è una religione come le altre, poiché il suo capo è il Figlio di Dio e la Chiesa Cattolica è la sua Chiesa».
La Chiesa Pacelli la porta in sé. Ogni volta che si anima, che parla, egli non recita i suoi discorsi, egli li proclama. Pio XI è impressionato dalla forza di questa sua parola, e una volta disse a mons. Tardini: «Ah, che bel Papa egli sarà! Perché il mondo lo conosca e lui conosca il mondo, sarà il mio Cardinal Legato» (1).
«Io ho vinto il mondo»
Che dire davanti a questa pagina risalente agli anni ’30 del secolo scorso, che esprime il pensiero del card. Eugenio Pacelli, il futuro Pio XII?
Egli era consapevole che stava per manifestarsi in modo tragico il ribaltamento totale che pone l’uomo al posto di Dio, il primato dell’uomo al posto del primato unico di Gesù Cristo, l’uomo-Dio, l’unico Salvatore del mondo, e che non ci sarebbe bisogno di alcun sacrificio di Redenzione.
Ma questa è la negazione della Verità fondamentale che l’uomo, ogni uomo ha l’estremo bisogno di essere redento dal peccato e dalla morte eterna: questa redenzione, l’uomo mai potrà procurarsela da solo. Oggi invece l’uomo è ritenuto “misura di tutte le cose”, secondo la stolta parola del sofista Protagora, “legge a se stesso, dio per l’uomo”.
Eugenio Pacelli vide chiaramente le conseguenze tragiche di simile pensiero, qualora avesse ad entrare tra uomini di Chiesa e non solo nel mondo. Il suo sguardo profetico purtroppo in questi ultimi anni è diventato sempre più realtà: se guardiamo con occhi non ottenebrati dall’ingenuità e dalla ideologia, ma illuminati dalla luce della Verità, quanto disse Pacelli più di 80 anni fa lo vediamo attorno a noi con tristissima evidenza, fino al punto che dilaga una “teologia senza Cristo”, una prassi senza Cristo, intessuta di umanitarismo, di relativismo, di nichilismo, fino al punto di entrare in una chiesa e di non trovarvi più Gesù Eucaristico al centro, e di doverlo cercare come in una “caccia al tesoro”, così da dover chiedere davvero: «Gesù, dove lo hanno portato?».
Non bastano le lacrime per piangere, ma non fermiamoci qui, memori che occorre non lamento ma azione: azione fatta di preghiera, di Rosari alla Madonna, di umile e forte diffusione della nostra Fede cattolica. Custodiamo la nostra Fede e il nostro amore a Gesù, l’Uomo-Dio, il Re dell’universo, immolato sulla croce e nel santo Sacrificio della Messa. Ci dà coraggio Gesù stesso: “Nel mondo avrete tribolazioni, ma abbiate fiducia: io ho vinto il mondo!” (cf. Gv 16,33).
Nota
1) Fino a qui, nella nostra traduzione, alcune pagine del capitolo VI, dal titolo Al governo, del libro di G. Roche: Pie XII devant l’histoire, R. Laffont, Paris 1972, pp. 52-54.