RELIGIONE
«Usque ad mortem… mortem autem crucis» Sant’Antonio di Padova
dal Numero 17 del 28 aprile 2024
di Giuseppe M. Casadei

La Croce e la Passione di Cristo sono i misteri che hanno avuto un ruolo importantissimo nella spiritualità di sant’Antonio di Padova. Come Cristo è stato obbediente al Padre, così anche sant’Antonio: questo è infatti il filo conduttore di tutta la sua vita.

Risulterebbe davvero difficile sintetizzare tutta la sublime teologia sulla croce di sant’Antonio di Padova in un breve articolo. In questa sede vorremmo sottolineare soprattutto un aspetto che, a nostro avviso, ha ben caratterizzato tutta l’esistenza del Santo patavino e lo ha conformato pienamente a Gesù Crocifisso.
La Croce ha, fin dall’infanzia, un posto particolare nella spiritualità di sant’Antonio. Quando abitava ancora in seno alla famiglia, nella bella Lisbona del 1200, il suo nome era Fernando. Trovava la sua delizia nel servire le sacre funzioni della cattedrale e nel trascorrere molto tempo in adorazione di Gesù Eucaristia. Fu durante uno di questi momenti di preghiera che il diavolo tentò di incutere terrore nel piccolo Fernando, al fine di distoglierlo dalla sua vita di pietà e devozione. Una sera, infatti, verso il tramonto, il fanciullo si trovava solo a pregare inginocchiato sui gradini dell’altare. All’improvviso un vento furioso passò muggendo attraverso le navate; densi vapori invasero la cattedrale e ne oscurarono le volte, mentre dovunque echeggiavano grida spaventose. Nelle tenebre Fernando riuscì a scorgere un mostro infernale, il tentatore, e, sebbene tremasse da capo a piedi, non si perse di coraggio ma, risvegliando la sua fede in Dio e raccomandandosi alla Madonna e al suo Angelo custode, si armò del segno della croce, tracciandone l’immagine sopra un gradino. A tal vista il demonio fuggì, vinto e umiliato, e il segno di croce rimase lì, scavato nella pietra, a testimoniare la perenne vittoria di Cristo sulle forze del male. Profonda fede nel segno di croce, dunque, perché è il segno della nostra salvezza e simbolo divino di ogni vittoria. 


Ancora una volta il mistero della Croce e della Passione tornò a segnare una svolta decisiva nella vita di Fernando che, nel frattempo, era entrato tra gli Agostiniani ed era passato poi tra i figli del Serafico Padre con il vivo desiderio del martirio, prendendo il nome di padre Antonio. Per una serie di coincidenze provvidenziali il Santo si trovava a quel tempo presso l’eremo di Montepaolo (Forlì-Cesena) a trascorrere una vita nascosta e dedita alla più alta contemplazione. Fonti biografiche raccontano che un giorno, mentre passeggiava nel bosco che circondava il conventino, trovò una grotta scavata nel tufo che si prestava molto bene al raccoglimento più profondo. La sistemò meglio che poté e da quel momento ne fece la sua cella preferita. Lì trascorreva numerose ore del giorno e della notte nella preghiera e nella penitenza, versando copiose lacrime nella contemplazione del Crocifisso e meditando la dolorosa Passione di Gesù. 
Dopo nove mesi trascorsi a Montepaolo, ecco scoccare l’ora fissata dalla Provvidenza per “porre la lucerna sul candelabro” (cf Mt 5,15). Nelle Tempora di primavera di quell’anno – 1222 – si dovevano svolgere a Forlì le sacre Ordinazioni, in cui dovevano essere consacrati sacerdoti anche alcuni chierici francescani. Il padre incaricato di tenere il discorso di circostanza mancò proprio all’ultimo momento e padre Graziano, provinciale dei francescani, spinto da una forza superiore, si rivolse proprio ad Antonio e gli comandò, per obbedienza, di prendere la parola e di predicare alla grande assemblea. Il povero fraticello, umile e modesto, salì in cattedra e cominciò a parlare. Tutti si aspettavano un gran fiasco. Padre Antonio cominciò annunciando il passo della Scrittura che sarebbe stato l’oggetto della sua omelia: «Christus factus est pro nobis obœdiens usque ad mortem...», e cominciò a spiegarlo con voce timida e tremante. 


In quell’occasione la meditazione sull’obbedienza di Cristo al Padre faceva proprio al caso suo. Ci sembra però che tale argomento, più che il soggetto di una seppur prodigiosa predica fatta per pura obbedienza, fosse per Antonio il leitmotiv di tutta la sua vita. Ogni passo della sua vita era stato sorretto da questa obbedienza crocifiggente alla volontà di Dio. Prima, da Agostiniano, allorquando domandò al suo superiore di essere spostato da Lisbona a Coimbra, inchiodando sulla croce del distacco l’affetto per i suoi parenti; poi quando chiese di passare tra i Francescani per poter morire come Gesù e dare il sangue per Lui, sebbene fosse per il Santo un doloroso strappo dover lasciare gli Agostiniani, presso i quali aveva dato i primi passi nella vita religiosa ed erano da lui fraternamente amati. Fu ancora l’obbedienza a crocifiggerlo allorquando giunse finalmente l’ordine di recarsi in Marocco ma il Cielo chiese il completo sacrificio del suo desiderio più alto e nobile, permettendo una malattia che indusse i superiori ad ordinare il rimpatrio. Ancora sulla croce dell’obbedienza al Padre, Antonio accettò la tempesta che lo sbalzò in Sicilia e di là al Capitolo delle Stuoie dove, ignorato da tutti, finì col salire appunto a Montepaolo in compagnia del padre Graziano che aveva bisogno di un sacerdote per celebrare la Messa agli eremiti là presenti.
Ritornando ora lì, sul pulpito della cattedrale, non crea meraviglia ammirare padre Antonio che può davvero parlare con maestria dell’obbedienza di Cristo al Padre, di quell’obbedienza che crocifigge e innalza, che immola e canta vittoria.


Sentiamo come rivolte a noi queste esortazioni tratte dai suoi Sermoni:
«Il diavolo non seppe conservare la sapienza che gli era stata infusa quando dimorava tra gli angeli, perché rifiutò di sottomettersi al suo Creatore. Diventano sue membra coloro che rifiutano di sottomettersi al giogo dell’obbedienza nel nome di Colui che fu obbediente fino alla Croce». 
«L’obbedienza è la migliore consigliera, perché insegna a reprimere la propria volontà, che è la via che conduce all’inferno, e a compiere la volontà di Colui che è la via al cielo».   

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